Dal Nepal alla Palestina, tutti pirati!

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Come le manifestazioni della Gen Z stanno cambiando la simbologia di “piazza”

 

Nelle proteste esplose nel mondo negli ultimi mesi, si è iniziata a vedere una bandiera nera, pirata, sventolata sempre da più persone. Ma come mai un “jolly roger” accomuna le manifestazioni dall’Indonesia fino alla Sumud Flottilla? E cosa ci racconta?

Fin dai tempi più remoti, l’essere umano cerca di sintetizzare concetti in immagini per comunicare. Il motivo è semplice: un’immagine o un simbolo può rappresentare un concetto, un evento, una manifestazione di realtà, ma senza l’uso del linguaggio verbale. La storia antica è colma di simboli usati a questo scopo, ogni popolazione o religione aveva un linguaggio composto da rappresentazioni, utili a chi le potesse riconoscere. 

Ma la trasformazione avvenne tra XIX e XX secolo, quando le popolazioni iniziarono a divenire una società delle masse, legando ai simboli delle idee.

La simbologia cambia assetto: le bandiere non rappresentano più qualcosa di materiale, ma valori, concetti, emozioni, toccano la sfera personale di chi le guardava, ne influenzano la psiche.

Con i nuovi media e la crescente globalizzazione è facile capire come si sia arrivati fino ad oggi. Un esempio concreto – forse il primo che ha reso la globalizzazione dei simboli così evidente – è stato il movimento dei gilet gialli. Le manifestazioni partirono dalla Francia nel 2014, ma il motivo delle proteste (il caro vita), il malumore portato alla luce, non era solo del popolo francese, ma anche di altri paesi. Così in più parti del mondo, le persone protestarono tutte con un simbolo comune: lo smanicato catarifrangente, svuotato della sua funzione, divenuto una bandiera rappresentante le idee comuni delle varie manifestazioni.

Ora, con l’arrivo sulla piazza della Gen Z, i simboli mutano, influenzati dalle tendenze e dalla cultura globale. I frame diventano comuni su scala mondiale, nonostante i diversi sviluppi che le varie società hanno subito. Così, oggi, un ragazzo del Sud-Est Asiatico può provare le stesse emozioni di una ragazza del Sud America alla vista di una bandiera pirata, nata tra le pagine di un manga.

Ma perché la Gen Z un simbolo inneggiante la pirateria è diventato così “politico”?
E per rispondere a questa domanda le ore passate a leggere fumetti e vedere cartoni risultano utili (finalmente!). Sono due i fattori chiave: il primo, “One piece”, l’opera di Eiichirō Oda, è famosa e seguita in tutto il mondo da un ampio target di persone, ha un’alta risonanza; il secondo, la caratterizzazione del protagonista e del mondo in cui vive è particolarmente ben fatta e aderente a dinamiche politiche-sociali dei nostri tempi. Infatti, nella storia si susseguono valori sociali, eventi condotti da un “governo centrale”, segreti mondiali e stampa controllata, ingiustizie sociali, tutti fattori che tendono a far associare il mondo fantasioso dell’opera giapponese al nostro. Specie agli occhi delle nuove generazioni, che rivedono nel protagonista un modello di “giustizia”.

Monkey D. Rufy è un pirata agli occhi della società, ma che segue, con ironia, la legge della buona morale kantiana. Il suo personaggio incarna il dovere ad agire per il bene comune, mettendosi contro i “poteri forti” del suo mondo, per portare la pace. Ed è questo che accomuna i giovani sotto la sua bandiera: il sentimento di libertà e giustizia che genera il personaggio si ripercuote nella nostra realtà, come simbolo nelle manifestazioni della Gen Z, in tutte le parte del mondo, che vede in questo salvatore biblico del XXI secolo un ideale da perseguire.

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Lorenzo Amendola