Essere Sliwa nel tempo di Mamdani

Immagine di Mark Ostow/Redux, pubblicata sul New Yorker
Vi ricorderete di certo di quell’intervista – questa, per intenderci – in cui Antonio Picci, ansimante, il volto drenato dalla gioia, si presentò di fronte alle telecamere di Tele Sveva per dirci di essere molto felice, siccome due mesi prima non lo voleva neanche sua madre in casa, mentre adesso era diverso, adesso aveva appena segnato un gol in rovesciata come non se ne vedono in Eccellenza.
Magari però vi è sfuggito questo, di video: il canonico basco rosso incornicia il volto marziale di Curtis Sliwa, candidato Repubblicano alla Sindaco di New York; pare che lo indossi dal 1979 – anno in cui fondò il nucleo di quelli che poi sarebbero diventati i Guardian Angels – da lui stesso definito un simbolo che, negli anni, è diventato icona di sicurezza e protezione. Sembra stanco, Sliwa; pare dover riprendere fiato, dopo una rincorsa lunga anni. È sul podio e sta riconoscendo la propria sconfitta. Era chiaro da settimane, da mesi, che non sarebbe stato competitivo: troppo più forte Mamdani, troppo più avanti Cuomo. Ed è stato evidente sin da subito anche a Trump, che ha tentato di portare avanti un’opera pubblica di convincimento: lasciasse, Sliwa, si ritirasse, non è poi manco così simpatico, in fondo è un tipo un po’ strano, vive con la moglie e diciassette gatti, e se li sarebbe portati alla Gracie Mansion, residenza ufficiale del Sindaco, “…Now, we don’t need to have thousands of cats”; non ha chance “he’s not going to win”; già da inizio agosto Trump ha iniziato a spingere per Cuomo, che non se la passa tanto bene ma tra un comunista e un democratico sempre meglio il secondo, sostiene Trump, con il più classico degli appelli al voto utile: un voto per Sliwa è un voto per Mamdani.

Mayoral candidate Curtis Sliwa arrives to vote with a rescue cat named Gizmo in New York, Tuesday, Nov. 2, 2021. (AP Photo/Seth Wenig)
È provato, Sliwa, tutto un pezzo di realtà – politica, economica, mediatica – gli ha giocato contro, si sente tradito persino dai suoi colleghi. E allora si raddrizza, dignitoso, si rifà hombre vertical, che a compromessi non scende (non ha mai rivestito un incarico elettivo). La quarta moglie, Nancy, lo osserva compiaciuta attraverso grossi occhiali lucidi, mentre lui tuona un: è sempre stato un noi contro di loro! È sempre stato un noi contro di loro! Nancy annuisce e stringe le labbra come a racchiudere l’emozione.
Tutto il discorso di chiusura di questa campagna elettorale che ha – di necessità – assunto carattere paradigmatico, ha questo tono. Vale la pena riportare alcuni passaggi. Come questo, che arriva subito dopo:
Dal momento in cui ho dichiarato la mia candidatura, i padroni dell’universo — i miliardari — hanno deciso che non avrei dovuto avere il diritto di rappresentarvi, di essere la voce di chi non ha voce, delle persone della classe lavoratrice che sono la spina dorsale di questa città. Così i miliardari e gli influencer hanno continuato a fare pressione, dicendo:
“Curtis, non hai il diritto di candidarti. Saremo noi a decidere chi sarà il prossimo sindaco.”
o ancora:
“Alcune delle persone più potenti del mondo si sono mobilitate per zittirci e per dire alla gente: “Non votate per Curtis Sliwa. Non votate per voi, il popolo. Votate per Cuomo.”
Hanno cercato di corrompermi per farmi uscire da questa corsa, fino a 10 milioni di dollari. E non dimenticherò mai mia moglie Nancy, che ascoltava quella telefonata finale, quando una persona mi disse: “Come on Curtis, everybody has a price.”
Ebbene, sapete cosa? Noi non abbiamo un prezzo. Non potete comprarci, affittarci, prenderci in leasing. Non siamo in vendita. Noi siamo il popolo.”
La campagna di Sliwa è stata lunga, sembra non essersi mai interrotta dal 2021, quando fu sconfitto da Eric Adams. Certo, è meno colorata, meno innovativa, meno social, meno dirompente, meno memorabile; ma ciò che più mi ha colpito non è stato il font dritto e non fake-retrò, le scelte fotografiche ambientate e non lo scontorno su sfondo piatto; nemmeno, sia chiaro, l’iconografia: che il basco rosso è, appunto, riconosciuto da oltre quarant’anni in città (e si veda la storia di Allie, che racconta la sensazione di protezione che il solo vederlo in metro, la sera, nello stesso vagone le conferiva). Non mi hanno sorpreso le issue trattate: che in alcuni punti paiono pure avvicinarsi, specialmente sull’housing. Semplicemente, mi è parso che non fosse più il momento di GTA Liberty City stories, degli Avenging Angels e del basco rosso. E che Trump se ne sia accorto.
Certo, a noi da qui è parso pur strano: come se Giorgia Meloni sostenesse al ballottaggio per le elezioni comunali a Milano un indipendente moderato di sinistra, pur di tentare di non far vincere, tanto per fare un esempio, Ilaria Salis. Con tutti i distinguo: che a noi Mamdani pare più moderato della Salis.
Chissà se, come Antonio Picci ha trovato il modo per essere re in Kings League, ciò potrà succedere anche a Curtis Sliwa. Magari la prossima volta.


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