Non serve lavorare nella comunicazione politica per sapere che il fenomeno dell’astensione è il grande protagonista delle ultime tornate elettorali. Elezioni regionali, amministrative, politiche ed europee: non c’è contesa che tenga, al voto vanno sempre meno persone.
Verrebbe allora da pensare che le nostre società siano sempre meno politicizzate: distratte da altro, disinteressate ai valori, alle scelte collettive e al modo in cui viene gestita la cosa pubblica.
Poi, però, basta fare un giro sui social per trovare migliaia di interazioni e discussioni sui temi più disparati: la posizione europea sull’Ucraina, l’aborto, le spiagge pubbliche, i diritti, le questioni di genere e così via. E se guardiamo alle mobilitazioni di piazza degli ultimi mesi, come quelle per la Palestina, la nostra società sembra tutt’altro che disinteressata alla politica.
Anzi. Sembra pienamente politicizzata. Non apolitica, ma iperpolitica.
COS’È L’IPER POLITICA
Nel libro Iperpolitica, Anton Jäger esplora proprio questo apparente paradosso.
L’iperpolitica descrive una società sempre più attraversata da proteste, prese di posizione e polarizzazioni, ma allo stesso tempo orfana di quelle forme di azione collettiva organizzata che hanno caratterizzato buona parte del Novecento.
Mentre l’attività di protesta è aumentata nel corso degli anni Dieci e Venti del Duemila e i media – soprattutto quelli digitali – si sono riempiti di commenti e discussioni politiche, l’adesione ai partiti, la sindacalizzazione e la partecipazione al voto hanno continuato il loro lento declino.
Le due dinamiche sembrano quasi procedere in direzioni opposte: cresce l’intensità con cui la politica entra nelle nostre vite e nelle nostre conversazioni, mentre diminuiscono le forme strutturate e continuative di partecipazione.
Non mi dilungherò qui sull’analisi e sulla genesi dell’iperpolitica – per quello rimando al libro pubblicato da NERO, tra l’altro snello e molto leggibile – ma voglio partire da qui per individuare alcune caratteristiche che una campagna elettorale efficace dovrebbe avere nel nostro contesto.
La sfida è proprio questa: come riuscire a mobilitare elettori in un contesto così atomizzato e, allo stesso tempo, così politicamente eccitato?
PUNTARE SULLA PROPRIA IDENTITÀ
Il declino delle appartenenze tradizionali non ha cancellato il bisogno delle persone di riconoscersi in qualcosa. Come scrive Jäger, alla contrazione della dimensione collettiva legata alle organizzazioni si sono affiancate nuove forme di appartenenza, costruite sempre più spesso intorno a consumi, comportamenti, valori e stili di vita.
Questo ha una conseguenza anche per chi fa campagna elettorale. Se «la politica non è più terreno esclusivo dei nerd, dei tecnocrati, degli esperti», ha sempre meno senso reinventarsi o “costruirsi un personaggio” soltanto perché si pensa possa funzionare meglio elettoralmente.
Serve invece costruire una candidatura riconoscibile, partendo da ciò che si è davvero: dalla propria storia, dalle competenze, dalle battaglie combattute, dai valori e dai legami costruiti sul territorio. In un contesto in cui le appartenenze politiche sono più deboli, anche l’identità del candidato può diventare un punto di aggregazione e di riconoscimento.
Questo significa esporsi sulle battaglie in cui si crede, senza inseguire temi soltanto perché in quel momento generano attenzione – o, peggio ancora, like. Significa anche saper collegare il locale al globale, senza importare automaticamente sul territorio tutte le fratture della politica nazionale o internazionale.
E se la politica contemporanea tende sempre più spesso a concentrarsi sulle single issue, anche la buona amministrazione della cosa pubblica può diventare un elemento identitario. Così come può esserlo una politica locale concreta, riconoscibile e capace di incidere sulla vita quotidiana delle persone.
CONOSCERE LE “ORGANIZZAZIONI”
Puntare sulle reti già esistenti non basta per vincere un’elezione, ma è fondamentale per provare a farlo.
In una fase di forte astensionismo, riuscire innanzitutto a mobilitare iscritti, simpatizzanti e persone già vicine a un partito o a una lista è il primo passo. Ma fermarsi lì significa rinunciare a una parte importante del territorio.
Esistono associazioni, comitati locali, gruppi informali, reti professionali, sportive, culturali e civiche che producono relazioni anche in una società sempre più individualizzata. Una campagna territoriale deve saper conoscere e incontrare queste reti, provando ad attivarle senza pretendere di inglobarle.
CREARE RELAZIONI, CREARE VALORE
È vero: nell’iperpolitica «la sfera pubblica odierna si agita e si contrae, senza mai cristallizzarsi in un’infrastruttura organizzativa duratura».
In una campagna elettorale, però, questa può essere anche una buona notizia. Un comitato elettorale non ha necessariamente bisogno di trasformarsi in un’organizzazione destinata a durare anni.
Una campagna dura al massimo qualche mese. E sono soprattutto gli ultimi quattordici giorni quelli nei quali la capacità di mobilitazione diventa decisiva.
Ecco perché diventa fondamentale il rapporto personale, con il candidato e con la sua “squadra”.
Un candidato che voglia portare le persone al voto deve investire nella costruzione di relazioni: organizzare incontri reali, creare momenti diretti e poco mediati, offrire occasioni di confronto che permettano di costruire prima di tutto un rapporto personale.
In un contesto in cui l’appartenenza politica è più debole e intermittente, la relazione con il candidato può diventare uno degli elementi capaci di trasformare un interesse generico in partecipazione concreta.
UN’ORGANIZZAZIONE “SOFT”
Non sarà un candidato locale a invertire il declino delle iscrizioni ai partiti. Può però costruire intorno alla propria candidatura una forma di partecipazione più leggera, accessibile e meno vincolante.
L’obiettivo non è necessariamente ottenere un’adesione politica tradizionale, ma abbassare la soglia d’ingresso alla partecipazione: relazioni dirette, appuntamenti semplici, occasioni informali, attività che richiedano un impegno limitato ma permettano alle persone di esserci e di sentirsi parte della campagna.
Non tutti sono disposti a iscriversi a un partito o a partecipare ogni settimana a una riunione. Molti possono però essere disponibili a organizzare una cena, coinvolgere dei conoscenti, partecipare a un evento o mettere in contatto il candidato con una comunità di cui fanno parte. A volte, chiedere una mano è già il primo passo per coinvolgere qualcuno e farlo sentire parte di qualcosa.
In una società iperpolitica, costruire una campagna territoriale significa anche saper trasformare forme deboli di appartenenza in forme concrete di partecipazione.
Forse è proprio questo il punto. Nell’epoca dell’iperpolitica il problema non è convincere le persone a interessarsi alla politica: lo fanno già, spesso moltissimo. Il problema è trasformare quell’interesse, frammentato e intermittente, in partecipazione concreta.
C’è però un elemento da tenere bene a mente, tanto per le mobilitazioni quanto per le interazioni online: come scrive Jäger, «sul fronte delle politiche il bilancio di questi fenomeni si è rivelato dolorosamente effimero».
È proprio qui che la dimensione locale può fare la differenza: può trasformare la partecipazione in decisioni e cambiamenti capaci di incidere realmente sulla vita delle persone.


0 Comments