Elezioni Canada: cosa ci insegnano le urne nord‑americane

Canada’s Prime Minister Mark Carney dances during an event at the Liberal Party election night headquarters in Ottawa, Ontario, Canada April 29, 2025. REUTERS/Jennifer Gauthier
Sono entrato nel seggio con la stessa sensazione che si prova la prima volta che si guida da neopatentati: un misto di orgoglio e di tremarella. Dopo sette anni in Québec e la cittadinanza ottenuta nel 2024, queste sono state le mie prime elezioni federali in Canada.
Il risultato lo sapete: Mark Carney, ex governatore della Bank of Canada e della Bank of England formatosi a Oxford e Harvard, ha portato i Liberali – al governo ininterrottamente dal 2015, ora al loro quarto mandato consecutivo – a 169 seggi (ne servivano 172 per la maggioranza assoluta), minoranza corta ma solida; Pierre Poilievre, politico di carriera alla Camera dei Comuni dal 2004, si è fermato a 144, perdendo addirittura la sua circoscrizione di Ottawa e quindi il suo seggio parlamentare. Il Bloc Québécois arretra, il NDP quasi scompare, i Verdi eleggono la sola Elizabeth May, co‑leader e volto storico del partito.
Ma la campagna – la prima dopo le dimissioni a sorpresa di Justin Trudeau lo scorso gennaio – è stata più interessante da un punto di vista comunicativo dei numeri finali.
Come è andata la campagna
Trudeau, logorato da otto anni di governo, ha lasciato un Partito liberale a pezzi: Carney ne ha ereditato la guida promettendo «competenza prima di tutto». Quando a novembre Donald Trump ha riconquistato la Casa Bianca, l’agenda canadese si è ribaltata: il nuovo Premier ha spostato ogni messaggio sull’autonomia economica. Spot girati in acciaierie e porti. Scenari industriali in sottofondo. Nessun jingle – solo la parola “resilienza”. Tra le mosse più incisive c’è stata una pubblicità virale dei Liberali che montava in parallelo le frasi di Trump e Poilievre: stessa postura, stesso slogan – “tutto è rotto”.
Poilievre, invece, arrivava da mesi ad alto volume sui social: dirette Facebook dal discount per mostrare il prezzo del latte, discorsi centrati su tasse e inflazione, taglio populista ad imitare il vicino nordamericano. L’elezione di Trump ha cambiato l’agenda (non più solo inflazione e affitti, ma anche dazi, minacce sovraniste e relazioni internazionali) cogliendolo a metà strada: continuare con il tema del portafoglio e del Make Canada Great Again o cavalcare la linea muscolare verso Washington? La sua risposta è stata ambivalente. Ai comizi ha inasprito i toni, adottando una retorica più nazionalista (abbandonando tuttavia lo slogan “Canada first” di memoria trumpiana per un più neutro «CHANGE»), ma online ha continuato con lo stesso registro iperlocale.
Il risultato è stato uno scollamento evidente tra l’urgenza geopolitica del momento e la narrativa “da scontrino”. Questa tensione interna alla narrazione ha disorientato una parte dell’elettorato, soprattutto quello urbano, lasciando il campo ai Liberali.
Il Bloc ha ripreso i temi identitari – difesa del francese, autonomia fiscale – ma ha perso trazione di fronte a un patriottismo pan‑canadese riemerso. Il NDP, senza fondi e visibilità dopo la fine dell’accordo coi Liberali, ha perso peso: molti suoi elettori hanno scelto il voto utile. E i Verdi? Sempre un solo seggio, presidiato dalla veterana May – conferma che la polarizzazione prosciuga gli spazi laterali.
Cosa ci rimane
La lezione, per chi guarda da fuori, è che il Canada reagisce al populismo con un populismo invertito: non “noi contro loro” tanto caro ad alcuni politici nostrani, ma “tutti insieme contro il vicino ingombrante”. E per me, neo-canadese con radici italiane, è stato curioso scoprire quanto un Paese possa sentirsi fragile e al tempo stesso determinato: una minoranza parlamentare, sì, ma un’ampia maggioranza culturale che ha scelto competenza e toni bassi nella stagione delle grida a sud della frontiera.
Michele Musci è romano e romanista, vive a Montréal ed è Impact strategist di Republik

