THE LAST DANCE: be the office MVP

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THE LAST DANCE: be the office MVP

Chi è nato negli anni ’80, chi ai piedi ha almeno una volta indossato un paio di Nike Jordan, chi ricorda – anche solo di striscio – la pop culture degli ultimi 50 anni, non può non aver simpatizzato per una delle icone più brillanti di quel tempo.
Uno degli sportivi che più ha cambiato le regole dello sport – non solo del basket -, per molti il miglior sportivo di sempre: Michael Jordan.

In questi ultimi mesi, orde di trentenni con il telecomando in mano si sono ritrovati catapultati nella propria cameretta adolescenziale come in un surreale flashback grazie (o per colpa) di “The Last Dance”, la docu-serie sportiva statunitense creata da Michael Tollin per ESPN e Netflix.

The Last Dance ripercorre la stagione 1997-1998 dei Chicago Bulls, ultimo campionato di Michael Jordan (MJ) attraverso immagini in parte inedite di una troupe cinematografica della NBA Entertainment che nell’arco dell’intero torneo ha avuto la possibilità di seguire tutte le attività dei Bulls. 

La serie però non è solo un prezioso prodotto per gli amanti del basket, è un occasione di approfondimento culturale, una mappa concettuale capace di spiegare retroscena e snocciolare una fitta trama di emozioni che molto spesso si sollevano dal rettangolo di gioco e descrivono semplicemente rapporti lavorativi, e umani. Non a caso è Il documentario più visto di sempre mai trasmesso da ESPN, grazie a una media di 5.6 milioni di telespettatori a episodio.

E se il grande valore di questo prodotto di intrattenimento non risiedesse solo nelle spettacolari e inedite riprese?
E se tutto questo fosse solo l’habitat perfetto per raccontare le sfide che tutti noi quotidianamente dobbiamo affrontare sul posto di lavoro?

E con questa domanda in testa, e ai piedi un paio di Air Jordan 1, ho guardato al nostro ufficio di ORA come al campo in parquet, la postazione in scrivania è diventata la lunetta da 3, i time out le pause pranzo e i playoff i tanti progetti e le continue riunioni di progetto. Ogni giorno in agenzia infatti, ci alleniamo con brainstorming che nulla hanno a invidiare alle sessioni che Jordan somministrava (anche nelle pause estive) ai suoi compagni di gioco.
Allenamenti fondamentali per essere sempre pronti al momento opportuno.

La gestione di una squadra di basket non è molto diversa alla gestione di un team creativo. Bisogna sapersi stimolare a vicenda, capire gli schemi e saperli adoperare nel momento giusto, bisogna saper scegliere e formare i rookie (giocatori che militano nelle varie leghe per il primo anno), capire i loro limiti e fare di tutto per superarli, sempre tutti insieme. 

Banale retorica? Forse.

Eppure, rivisto sotto questa chiave “The Last Dace” assume un look completamente diverso.

“Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine,
ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri.
Ho perso quasi 300 partite.
Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo… e l’ho sbagliato.
Ho fallito tante e tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.“

– MJ

The Last Dance è dedicato a tutti coloro che decidono, nel proprio ambito, di provare a vincere tutto. E ci ricorda che anche i campioni hanno dovuto fare i conti con le regole, con le lotte salariali (come accadde all’ala piccola dei Bulls Scottie Pippen), con infortuni e distrazioni ( c’è un Dennis Rodman in ogni team), con le vecchie star che provano a restare il più possibile sulla cresta dell’onda. 

In fin dei conti, guardare MJ recuperare palla a Karl Malone, arrivare in solitaria fino la lunetta avversaria, fintare per eludere la marcatura di Bryon Russell per mettere a segno un canestro da 3 a soli 5 secondi dalla fine della partita decisiva nella finale playoff contro gli Utah Jazz, non è tanto diverso dallo scrivere un post sociali… con la differenza che gli stipendi in agenzia sono più alti che in NBA.

2 Comments

  1. Bell’articolo Giò, mi fiondo a vedere The Last Dance!

    Mi rimane però una domanda: chi è il Dennis Rodman di ORA e chi lo Scottie Pippen? 😀

    Federico Giacinti
    21/05/2020 Rispondi
    • Domanda difficile ma ci proviamo.

      Scottie Pippen: Giovanni Marco
      Vero lavoratore e cardine della squadra, come Pippen famoso soprattutto per le sue lotte sindacali.

      Dennis Rodman: Luca Zaccaria
      Non lasciatevi ingannare dal volto pulito e confortante, uno spirito libero sul campo come nella fatturazione e una difesa sotto canestro fondamentale per portare a casa i progetti.

      Goditi la serie!

      admin
      22/05/2020 Rispondi

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Giovanni Bordieri