Mario Draghi, il silenzio è buona comunicazione?

Sulla comunicazione di Mario Draghi: il silenzio è buona comunicazione?

Mario Draghi, il silenzio è buona comunicazione?

Chiunque abbia seguito un qualsiasi corso universitario di comunicazione ricorderà l’importanza dei cosiddetti «assiomi della comunicazione», leggi che trovarono definizione grazie agli studiosi della scuola di Palo Alto e che hanno cambiato radicalmente la psicologia contemporanea.
Il primo e più famoso afferma che: “non si può non comunicare”.
In sostanza, anche restare in silenzio ha il valore di un messaggio e influenza gli altri tanto quanto le parole.

Nell’epoca Draghi la forza di questa legge torna alla ribalta e, visto che il silenzio è comunicazione, ci chiediamo: che tipo di comunicazione? Efficace o inefficace?

Se sei il presidente del Consiglio e scegli di non comunicare nel 2021, una possibile spiegazione c’è: vuoi sottolineare la discontinuità con il governo precedente. Un governo che iper-comunicava, che era in diretta Facebook e contemporaneamente a reti unificate. Un governo che nel post di “addio” (o “arrivederci”?) del premier Conte ha raccolto la cifra record di 1.300.000 reazioni Facebook.

E se segnare e rivendicare la distanza dal governo Conte potrebbe essere un’azione efficace per l’ex presidente della BCE – anche alla luce del malcontento che comunque circondava Conte dopo quasi un anno di sofferenze e restrizioni – forse non si può dire lo stesso della conseguenza che si genera: un grave, colpevole, vuoto informativo.
Perché Conte, nel suo iper-comunicare, riusciva a tenere le redini del dibattito pubblico o almeno a far sentire la voce e le idee del governo. Potevano piacere o non piacere, ma circolavano e trovavano spazio d’azione. Lasciare che a parlare siano solo e soltanto i fatti, invece, non solo rende meno chiare le scelte, ma fa sì che siano altri a occuparsi di riempire il vuoto.

Perché i fatti, da soli, non dicono granché o almeno non lo dicono a tutti, e una cornice (in comunicazione si parla di “framing”) qualcuno prima o poi la imporrà.
Fanno riflettere, in questo senso, le vicende in merito ai vaccini Astrazeneca e alle nuove misure restrittive decise in seguito all’innalzarsi dei contagi. Le scelte del governo sono state prese senza darne conto agli italiani, senza conferenze stampa, senza (la diciamo secca) metterci la faccia. E anche se Conte veniva criticato perché onnipresente e perché “il Decreto” era ormai diventato una nuova soap opera, il dubbio sulla correttezza della strategia comunicativa di Draghi sorge.

Gli italiani sono stanchi e provati a livello psicologico ed economico dalle disposizioni e ogni nuova restrizione aggrava la situazione. È facile che l’assenza di comunicazione si trasformi in assenza di empatia. Senza voler entrare nel merito delle scelte politiche, ci domandiamo: è giusto decidere senza metterci la faccia? E il vuoto, che vuoto non può rimanere, chi lo riempie?

Proprio l’episodio della sospensione dei vaccini Astrazeneca ci dice qualcosa in proposito. Dove c’è un vuoto si lanciano tutti di corsa, finendo per generare uno scollamento tra realtà e disinformazione, tra aggiornamenti e fake news. Le trasmissioni d’informazione sono state riempite infatti da medici, infermieri, responsabili dell’AIFA, politici, giornalisti. Un grande assente: Mario Draghi.
Solo venerdì sera, dopo diversi giorni di incertezza, il premier indice una conferenza stampa: non tanto con l’esplicito intento di far chiarezza sulla questione, quanto per illustrare il “decreto Sostegni”. E se, quando l’attenzione si sposta sull’argomento “caldo”, Draghi corre ai ripari dichiarando che si vaccinerà con Astrazeneca (come fanno – poche ore dopo – il generale Figliuolo e il capo della Protezione Civile Curcio), la verità è che la sua voce arriva troppo tardi.

Conte, dal canto suo, aveva fatto “nomi e cognomi” nel tentativo di mettere ordine al caos informativo e rallentare la corsa alle fake news. Una mossa opinabile, certo, ma che ha contribuito a definirlo come leader.

 

E allora dobbiamo dirlo chiaramente che un leader non può non comunicare, perché non esiste la non-comunicazione e anche il silenzio la dice lunga. Comunicare non significa necessariamente giustificarsi, ma anche voler mostrare la strada, condividere dove si sta andando. Significa lasciare che l’obiettivo non sia solo il proprio, ma diventi comune.

Perché dal silenzio alla cattiva comunicazione il passo è breve, anche (e soprattutto) quando ti presentano come «deus ex machina».

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Beatrice Marino