Cosa pensiamo del caso Blackout challenge e dei rischi collegati ai social

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Cosa pensiamo del caso Blackout challenge e dei rischi collegati ai social

Alcune riflessioni sul caso della bambina di Palermo morta durante il Blackout Challange e sul perché è necessario approfondire il rapporto tra minorenni e social network

Non c’è dubbio che i media tradizionali abbiano sempre un occhio di riguardo nei confronti dei social network e di internet in generale, un po’ come se fossero i genitori saggi che devono stare appresso ai loro figli giovani e scapestrati. Così sono diventati un classico della stampa nostrana articoli e servizi che parlano di bravate on-line, nuove mode e anche reati, facendo finire nello stesso calderone l’ultima challenge statunitense e gravi episodi di (cyber)bullismo.
Questo approccio spesso superficiale e non “spiegante” rischia di creare confusione, soprattutto quando arrivano nelle prime pagine dei giornali gravi notizie di cronaca come quella della bambina di Palermo di appena 10 anni che a causa di una (presunta) challenge su TikTok – la Blackout challenge – si è strangolata con una cinta, suicidandosi.

Non siamo davanti al solito stupido gioco che ogni tanto passa nella colonna dedicata ai video dei quotidiani on-line, ma a una sorta di suicidio indotto, dove mondo reale e digitale, cause ed effetti, mandanti e vittime si intrecciano in modo molto pericoloso. È chiaro, i social network non sono un gioco, ma una serie di ambienti che ogni volta che apriamo un account decidiamo di abitare. Come la mattina ci vestiamo in un certo modo per andare a lavoro e parliamo con i nostri colleghi, mentre la sera ci cambiamo per festeggiare il compleanno di un amico davanti a un paio di Sprtiz, così indossiamo panni diversi quando siamo su Facebook, Instagram, TikTok, ecc. Non a caso a volte chiediamo ai nostri colleghi o amici: ma tu ci sei su LinkedIn? Ti trovo su Instagram?

Con le scuole chiuse e gli altri ambienti di socializzazione molto limitati dalle misure di contenimento per far fronte all’emergenza Covid19, internet è diventato così l’unico luogo in cui ragazzi e ragazze possono rifugiarsi e ricostruire tutti gli aspetti delle loro vite non strettamente legati all’ambiente familiare. Un ambiente digitale tuttavia, per quanto dinamico e “sociale”, non può essere l’unico luogo in cui vivere, in quanto ogni azione (ed emozione) che vi si svolge è mediata dalla piattaforma che si usa, che sia TikTok con le challenge, Instagram con le storie o tutti i videogame che spopolano on-line con le loro regole e community. Se fino a qualche tempo fa internet era uno sfogo necessario per la vita reale e non mediata, oggi assistiamo all’inverso. Una serie di dinamiche che assumono una rilevanza ancora maggiore in soggetti giovani che probabilmente non hanno ancora messo a fuoco la loro personalità o le loro aspirazioni.
Non è un caso se proprio pochi giorni fa è stato diffuso un appello dell’ospedale Bambin Gesù sul vertiginoso aumento (+30%) di casi di tentato suicidio e autolesionismo da parte dei giovanissimi.

Noi che con internet ci lavoriamo sappiamo bene quanto i suoi tentacoli non siano un gioco, soprattutto per le generazioni che non hanno visto l’avvento delle piattaforme social e che di conseguenza non hanno avuto il tempo di sperimentare il passaggio delle loro relazioni (ed emozioni) dal cortile della scuola al feed di Instagram.
Del resto internet è un microcosmo che rispecchia – almeno in parte – quello che succede offline. L’odio, la violenza e la stupidità che riempiono le nostre bacheche facebook sono le stesse che popolano le nostre strade.
Così come insegniamo ai nostri figli ad attraversare la strada sulle strisce o a rifiutare le caramelle degli sconosciuti, così dovremmo fare per il web. Chi pensa di risolvere i problemi della “rete” vietando l’accesso ad internet ai minori di una certa età si sbaglia di grosso. Non solo è impossibile, ma controproducente.
È necessaria, invece, una capillare operazione di informazione e sensibilizzazione sull’uso dei social e sui rischi insiti nel web, non solo dei figli, ma soprattutto dei genitori. 

Per questo, in collaborazione con esperti di psicologia e di formazione, abbiamo creato School of Social, una scuola che ha come obiettivo anche quello di formare i più giovani a un uso consapevole di internet e dei social network e per fornire loro gli strumenti necessari a conoscere e contrastare fenomeni come il cyberbullismo, la pedopornografia, la tutela della propria privacy e le problematiche legate all’autorappresentazione e dipendenza on-line.

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Gian Mario Bachetti