5 lezioni di comunicazione politica dalla Prima Repubblica

5 lezioni di comunicazione politica dalla Prima Repubblica

5 lezioni di comunicazione politica dalla Prima Repubblica

È il 1946 e l’Italia sta per diventare una Repubblica. Anche la comunicazione politica si sta trasformando, eppure nessuno immagina che da questi anni erediteremo 5 lezioni sulle campagne elettorali utilissime ancora oggi.

 

1) LA CAMPAGNA ELETTORALE È NEL CANDIDATO

Già durante la campagna elettorale del 1946, accade qualcosa di inedito. Un manifesto si distingue tra le migliaia fatti di stemmi e simboli: è quello con i volti di due candidati del Partito Nazionale Monarchico, Giovanni Alliata e Tommaso Leone Marchesano. Realizzato da professionisti (elemento già innovativo, dato il momento storico), diventa simbolo di una vera rivoluzione dal punto di vista della comunicazione politica.
Il motivo? In quegli anni, la propaganda era gestita dalle organizzazioni politiche e l’obiettivo era di spingere a votare per il partito, più che per i singoli candidati.

Quello realizzato per le due figure del PNM, invece, è uno dei primissimi manifesti personali prodotti da professionisti della comunicazione. Una svolta non da poco, se pensiamo a quanto oggi i manifesti e le campagne elettorali ruotino attorno al candidato (a proposito, hai letto il nostro articolo sulle Regionali 2020?).

 

2) SONDAGGI, ANALISI, TARGET E ALTRE FORMULE MAGICHE

Con il passare degli anni, qualcos’altro diventa chiaro: attirare gli elettori è complesso e lo è ancor di più interpretare i loro umori. Questo spinge la Dc a fare da apripista a un nuovo modo di intendere la campagna elettorale, grazie alla sua scelta di commissionare a un’agenzia di ricerche di mercato, la Doxa, un sondaggio pre-elettorale. L’obiettivo? Comprendere l’orientamento di voto degli italiani.
La decisione non sarà priva di conseguenze: da questo momento, infatti, i partiti non smetteranno più di guardare a un tipo di propaganda il più possibile capillare.

Capiscono cioè che non sono più sufficienti i “soliti materiali” prodotti dai volontari-militanti: bisogna ideare la campagna elettorale con criterio e inviare materiali diversi a seconda dei destinatari, delle loro caratteristiche (professionali e sociodemografiche) e (perché no?) a seconda dei loro interessi.
Sì, tra qualche anno l’uomo arriverà sulla Luna, ma anche questo è un momento decisivo: finalmente è chiaro che, per fare centro, bisogna costruire e modulare la comunicazione in base al target.

 

 

3) USA LA CULTURA POP PER USCIRE DAGLI SCHEMI

Negli anni ’50 e ‘60, sui giornali si comincia a parlare della possibilità di rivolgersi (sotto elezioni) a consulenti americani e tedeschi, esperti nell’analisi dell’opinione pubblica. È qui che la comunicazione politica comincia veramente a guardare a quella pubblicitaria.
I manifesti, ancora una volta, lo segnalano: si fanno meno cupi, meno inquietanti. Anziché minacciare l’elettore (come avevano fatto fino a quel momento), stavolta provano a sedurlo, a convincerlo. I toni usati, almeno su carta, sono più sereni mentre si fa spazio velocemente una forte componente di marketing.

E così il pop entra a pieno titolo e a gamba tesa in campagna elettorale.
Un esempio su tutti: la scelta della Dc di chiamare a sé alcuni personaggi dello spettacolo per incidere dei “remix” di canzoni famose. Un’idea, questa, da cui nascono “Votare DC” sull’aria di Volare e “Quello là” sull’aria di Chella là (dedicata a Togliatti). Praticamente gli antenati di “Io sono Giorgia”.

 

 

4) NO STRATEGIA, NO PARTY(TO)

È nei primi anni ’60 che i giornali iniziano a parlare di Ernest Dichter, un «persuasore occulto» esperto di ricerche di mercato e di analisi dell’opinione pubblica a cui la Dc (sì, sempre la Dc!) affida un’indagine su come impostare la campagna elettorale e a cui è attribuito un “rapporto segreto” di cui la stampa comunista viene in possesso. La pubblicazione del documento, che oggi sembrerebbe da complottisti, costituisce una svolta nella storia della comunicazione politica, perché il «rapporto Dichter» è ricordato come il primo piano di marketing elettorale italiano organizzato per temi e proposte operative.

Nel documento, l’esperto individua i problemi del partito e propone strategie utili a venirne a capo. È il caso del cosiddetto «problema di prestigio» (di cui pensa che la Dc soffra). Per risolverlo, sconsiglia di sottolineare il carattere clericale del partito e invita a personalizzare i rapporti con gli elettori (colpa sua, quindi, se tanti politici oggi ci augurano «buon weekend» sui social?). In più, consegna ai candidati un insegnamento fondamentale: «L’elettore deve avere l’impressione di contare».

 

 

5) LE COMPETENZE (E IL PROFESSIONISTA) FANNO LA DIFFERENZA

Gli anni ’60 rappresentano un momento di straordinario sconvolgimento, non solo per le trasformazioni della società, ma anche per quelle interne alla politica. Una volta raccolti tutti i fermenti e i mutamenti dei primi anni della Repubblica, un concetto si è sedimentato all’interno dei partiti: non si ci può affidare soltanto ai militanti e ai volontari per portare avanti la campagna elettorale. Servono studio, analisi, strategia. In poche parole, serve il “famigerato” know-how.

E così le compagne elettorali cominciano a popolarsi di nuovi importanti protagonisti: in primis, copywriters e grafici. A loro comincia a essere affidato il compito di realizzare materiale di propaganda, talvolta anche di progettare intere campagne. Più di rado di definire temi e linee strategiche (per quello, ci si rivolge soprattutto ai consulenti stranieri).
Insomma, quella politica fatta di militanti, di manifesti autoprodotti e di comizi non convince più e (soprattutto) non basta più.
È tempo di rivolgersi a dei professionisti, che sappiano fare (e far fare) la differenza.

0 Comments

Leave a Comment

Beatrice Marino